Diego Armando Maradona

1960 – 2020

Diego Armando Maradona, soprannominato el pibe de oro (il ragazzo d’oro), è considerato uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, se non il migliore in assoluto.

Campione del mondo nel 1986 e vice campione del mondo nel 1990 con la nazionale argentina, segnò contro l’Inghilterra ai quarti di finale di Messico 1986 una rete considerata il gol del secolo.

Fu ingaggiato nel 1984 dal Napoli (dove giocherà con la mitica maglia n. 10), che grazie a lui vinse nel 1987 il suo primo scudetto e la sua terza Coppa Italia, e – nel 1989 – la Coppa UEFA.

Successi che raccontano in minima parte quello che Maradona è stato per una città che lo ha eletto re, comandante, simbolo di riscatto.

Personaggio controverso e carismatico, incappato non di rado in guai con la giustizia, Maradona ha generato una sorta di culto idolatra sia in Argentina sia in Italia: a Rosario, i suoi tifosi fondarono la Iglesia Maradoniana; a Napoli, in una via pubblica, gli è stato dedicato un altarino dove i tifosi amavano recarsi a chiedere la “grazia calcistica” prima di ogni partita.

Non intendiamo cimentarci con l’analisi dei tratti salienti di carattere del mitico centravanti partendo dalla sua firma -impresa impossibile nonché discutibile – ma vogliamo limitarci alla descrizione del gesto grafico e del movimento che ha generato una firma così dinamica ed evocativa.

Autografo di MaradonaMaradona scrive per lo più in stampatello, come di frequente capita a persone poco scolarizzate: come Diego, cresciuto senza istruzione a Villa Fiorito, barrio poverissimo della periferia sud di Buenos Aires. Uno stampatello ingenuo, ma percorso a volte da improvvise accelerazioni e non scevro da ricombinazioni argute (vedi i collegamenti tra lettere e numeri nella data martedi 21 marzo 1989). E’ l’uomo Diego che fa capolino dietro le lettere impersonali, con le sue insicurezze, la sua furbizia da scugnizzo, la sua difficoltà a esistere in modo autonomo e strutturato.

Quell’uomo che nella firma si libera e si impadronisce dello spazio. Una firma mossa come il mare della sua Buenos Aires e della Napoli che lo accoglie, centrale, che ricorda il suo gol più bello: partenza dal centro del campo, dribbling e zig zag fino alla porta, con la palla a trafiggere la rete dell’Inghilterra – il tutto in 11 secondi. La firma è il calciatore e la sua tattica, la potente macchina da guerra lanciata verso la rete avversaria. E, ancora, fa tenerezza quel bisogno di farsi comunque riconoscere e apprezzare affidato al MARADONA scritto in stampatello sotto la firma e – come se non bastasse a identificarlo – al numero della maglia: la mitica e iconica n. 10 che nessun giocatore del Napoli ha più voluto indossare dopo di lui. Sfilata la maglia, ritorna el pibe, le baracche di mattoni e lamiera di Villa Fiorito e – tutto intorno – solo fango.

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